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Il governo indiano parla del ban di Xiaomi, OPPO, vivo e Realme

L’India potrebbe impedire ai produttori cinesi di mettere in commercio i loro smartphone ad un prezzo inferiore alle 12.000 rupie (circa 150€ al cambio), e favorire la diffusione di brand locali in una delle fasce più proficue del mercato indiano, che è – tra l’altro – il secondo più importante al mondo.

Aggiornamento 12/08: il governo indiano si è pronunciato in merito alle voci sul presunto ban contro le aziende cinesi. Trovate tutti i dettagli a fine articolo.

Xiaomi e Realme tra le principali vittime della nuova politica indiana

Secondo alcune fonti, l’India starebbe tentando di impedire ai produttori cinesi di vendere smartphone a meno di 12.000 rupie (150€ circa) ed evitare che questi possano aggiudicarsi la fetta più proficua del mercato, promuovendo – al contrario – la diffusione di dispositivi realizzati da produttori locali. Con questa mossa, l’India cercherebbe di spingere Xiaomi e altri produttori come OPPO, vivo e Realme e Transsion (proprietaria di Infinix e Tecno) fuori dal segmento più popolato del secondo mercato di telefonia mobile più grande al mondo.

Secondo un recente studio condotto da Counterpoint, infatti, nel solo trimestre dell’anno, un terzo degli smartphone venduti in India sono stati dispositivi con un prezzo inferiore alle 12.000 rupie, e di questi, circa l’80% era di produzione cinese e solo il 3/4% di produzione indaiana. La Cina ha dimostrato di voler puntare sul mercato indiano per la diffusione di smartphone entry-level, specie in tempi in cui il mercato interno continua a subire una serie di blocchi e limitazioni dovute al propagarsi dell’emergenza sanitaria. Secondo le stime, un ban indiano significherebbe un calo annuale del’11/14% per Xiaomi, cioè 20/25 milioni di smartphone in meno.

Sembra piuttosto chiaro, a questo punto, che il governo indiano stia cercando di ostacolare la diffusione di tecnologie cinesi sul proprio territorio. In particolare, l’approccio nei confronti dei produttori cinesi sembra essersi inasprito nell’estate di due anni fa, quando alcuni soldati indiani hanno perso la vita a seguito di uno scontro lungo il confine conteso dell’Himalaya. Da allora, l’India ha vietato numerose app cinesi, come WeChat e TikTok e ha mosso indagini nei confronti di aziende come Xiaomi, Huawei, OPPO e vivo.

Arriva la smentita | Aggiornamento 12/08

Anche se la situazione fra India e Cina è tutt’altro che distesa, il governo indiano ha smentito le voci fatte circolare da Bloomberg. Fonti governative hanno affermato che non è in corso nessuna valutazione di un possibile ban ai danni di aziende cinesi. Allo stato attuale, queste compagnie detengano il 66% del mercato telefonico indiano, con Xiaomi al primo posto al 20,4%, seguita da Realme al 17,5%, vivo al 16,9% e OPPO all’11,5%.

Allo stesso tempo, nonostante questo squilibrio a sfavore dei brand indiani, tutte queste aziende cinesi hanno stabilimenti di produzione in India, pertanto contribuiscono al tessuto economico nazionale, e un loro ban potrebbe compromettere tale contributo. Degli oltre 300 componenti che costituiscono uno smartphone, per esempio, circa il 60% viene prodotto direttamente in India. Senza contare che bannarle comprometterebbe ulteriormente i già delicati rapporti fra le due nazioni; e considerato che i produttori indiani dipendono dalla filiera elettronica cinese, si rischierebbe di comprometterne l’operatività.

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Raffaella Papa

Giornalista, classe 1996. Ho una laurea in “Editoria e Comunicazione”, conseguita presso l'Università degli Studi di Salerno, e ancora tanti sogni nel cassetto. Sono una appassionata di tecnologia, videogiochi, serie TV, Arte e rimedi fai-da-te. Ho già collaborato come redattrice freelance e video-recensora con altre testate giornalistiche, dedicando una particolare attenzione al mondo tecnologico. Ho partecipato a importanti fiere ed eventi nazionali e internazionali, intervistando personalità di un certo calibro.

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