Crediti: Xiaomi
Di tutte le novità annunciate assieme a Xiaomi 14 Pro ce n’è una che ha particolarmente colpito gli appassionati di fotocamera: mi riferisco al sistema di apertura variabile, su cui la compagnia ha investito al fine di raggiungere un traguardo mai raggiunto prima su smartphone. Seppur non sia il primo smartphone ad avere una lente in grado di variare nell’apertura, nemmeno nel catalogo di Xiaomi, è il primo ad avere un sistema ad alta precisione.
Il primo modello dotato di fotocamera con apertura variabile fu Xiaomi 13 Ultra, con un 50 MP celato dietro a una lente con apertura variabile a 2 step f/1.9-4.0. Recentemente abbiamo visto sistemi più avanzati sui top di gamma Huawei, Mate 50 e P60, con lente variabile su 10 step f/1.4-1.6-1.8-2.0-2.2-2.5-2.8-3.2-3.5-4.0. Nel caso di Xiaomi 14 Pro, la lente ha sempre un’escursione pressoché uguale a quella di Huawei, f/1.42-4.0, ma la compagnia si è spinta oltre integrando un sistema a variabile continua.
Fintanto che si scatta in modalità automatica, è il software Xiaomi a regolare l’apertura, mentre in modalità Pro si può intervenire manualmente in stile fotocamera DSLR. Grazie a un sistema composto da 6 lamelle da 55 micron, l’utente può scegliere fra 10 step: f/1.42-1.6-1.8-2.0-2.2-2.5-2.8-3.2-3.5-4.0. Ma quindi, qual è la differenza fra il sistema Xiaomi e Huawei? La regolazione dell’apertura su 1.024 livelli avviene quando, sempre in modalità Pro, l’utente regola manualmente la velocità dell’otturatore.
In base alla cosiddetta triade dell’esposizione, cambiare i valori di uno fra ISO, apertura e otturatore implica che gli altri si debbano regolare di conseguenza. Se voglio immortalare un soggetto in movimento, per esempio, devo usare un’alta velocità dell’otturatore per congelare l’attimo e non avere un soggetto sfocato; siccome un’otturatore veloce implica meno luce che entra, devo alzare o i valori ISO o dell’apertura per compensare la quantità di luce e non scattare una foto troppo scura.
L’altro vantaggio di avere una lente con apertura variabile è il maggiore controllo sulla profondità di campo: avere una lente fissa f/1.4 significa avere tanta luce in ingresso, ma più l’apertura è ampia più il raggio di messa a fuoco è ristretto. E questo può risultare problematico quando si vuole realizzare una foto in cui non sia messo a fuoco solamente il soggetto in primo piano ma l’intera scena. Si rivela quindi utile scattare a f/1.42 quando si immortala un soggetto ravvicinato ed f/4.0 per un panorama.
Un altro vantaggio dell’avere lenti di questo tipo è il cosiddetto effetto Starburst: potendo intervenire sull’apertura, soprattutto da f/2.0 in poi, la disposizione più ristretta delle lamelle crea il tipico effetto in cui le luci in notturna hanno una forma a raggiera.
Ovviamente avere un sistema di apertura variabile così sofisticato ha un impatto minore rispetto allo stesso sistema su una fotocamera professionale, per motivi dimensionali. Per via della sua miniaturizzazione, uno smartphone ha lenti talmente piccole che avere così tanti step di apertura non comporta un cambiamento netto nelle foto, seppur sia comunque utile per chi è più “smanettone” nelle impostazioni fotografiche.
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