La partita tra le autorità di regolamentazione italiane e i giganti della Silicon Valley si arricchisce di un nuovo capitolo. Agcm ha deciso di stringere le maglie attorno a Meta, ampliando l’istruttoria già avviata lo scorso luglio.
Al centro del provvedimento, approvato ufficialmente il 25 novembre 2025, c’è l’integrazione sempre più pervasiva di Meta AI all’interno di WhatsApp e, soprattutto, le presunte barriere erette dal colosso di Menlo Park per impedire ai concorrenti di accedere alla piattaforma di messaggistica più utilizzata in Italia.
Agcm contro Meta, il nuovo scontro riguarda l’IA in WhatsApp

La vicenda ha avuto inizio nell’estate del 2025, quando l’Agcm ha acceso un faro sulla pre-installazione dell’assistente virtuale nell’app. Tuttavia, lo scenario è mutato rapidamente.
Secondo l’Autorità guidata da Roberto Rustichelli, Meta non si è limitata a introdurre l’AI, ma ha modificato l’interfaccia utente in modo sostanziale: l’inserimento del tasto “Chiedi” nella barra di ricerca e l’opzione “Chiedi a Meta AI” durante l’inoltro dei messaggi rendono il servizio, secondo l’accusa, inscindibile dalle funzionalità base dell’app.
Il punto di svolta è arrivato il 15 ottobre 2025 con l’aggiornamento dei WhatsApp Business Solution Terms. Le nuove regole impongono un divieto quasi totale per gli sviluppatori di servizi di intelligenza artificiale generalista: in sostanza, se l’AI è la funzionalità principale di un servizio terzo, questo non può più utilizzare il canale WhatsApp per raggiungere gli utenti.
Una “ghigliottina” digitale immediatamente attiva per i nuovi entranti e che diventerà effettiva dal 15 gennaio 2026 anche per chi era già presente sulla piattaforma.
I numeri del dominio e il rischio del “Lock-in”
L’Agcm definisce WhatsApp come un’infrastruttura essenziale, forte di 37 milioni di utenti solo in Italia e oltre 2 miliardi nel mondo. In un mercato dell’AI generativa che in Europa vale già 4,4 miliardi di euro (con proiezioni fino a 11,7 miliardi nel 2026), escludere i concorrenti da questo canale distributivo significa alterare le dinamiche di mercato.
L’accusa mossa dall’Antitrust è chiara: violazione dell’articolo 102 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), ovvero abuso di posizione dominante. Precludendo l’accesso a player come OpenAI, Microsoft, Perplexity o a startup innovative come la spagnola Luzia, Meta si garantirebbe un vantaggio competitivo incolmabile.
Essendo l’unico chatbot operativo nell’app, Meta AI sarebbe anche l’unico sistema in grado di “allenarsi” sulle conversazioni degli utenti, migliorando i propri modelli a una velocità impossibile per gli esclusi.
Questo scenario crea quello che in gergo tecnico viene definito lock-in: l’utente, abituato a trovare tutto in un’unica app e disincentivato dal costo (in termini di tempo e contatti persi) di cambiare piattaforma, finisce per dipendere funzionalmente dall’ecosistema Meta.
Verso lo stop cautelare?
La gravità della situazione ha spinto l’Agcm a valutare l’adozione di misure cautelari. L’Autorità parla esplicitamente di “rischio di un danno grave e irreparabile per la concorrenza“. In un settore tecnologico così rapido, attendere la fine di un’istruttoria ordinaria potrebbe significare intervenire quando il mercato è ormai monopolizzato.
Il procedimento cautelare potrebbe portare alla sospensione immediata delle nuove condizioni contrattuali e al blocco di ulteriori integrazioni di Meta AI fino alla conclusione dell’indagine.
La palla passa ora al colosso guidato da Mark Zuckerberg: Meta ha sessanta giorni per presentare memorie difensive generali, ma solo sette giorni per rispondere specificamente sulla questione delle misure cautelari. Una corsa contro il tempo che definirà i futuri equilibri dell’intelligenza artificiale in Europa.








