Ricordate Vine? Il social sta tornando e vuole fare la guerra ai contenuti IA

Sei secondi. Tanto bastava, nell’era pre-TikTok, per lanciare una star o creare un tormentone globale.

Chi ricorda l’epoca d’oro di Vine, la piattaforma di micro-video in loop lanciata nel 2013, sa di cosa parliamo: un laboratorio di creatività esplosiva e spesso surreale. La sua vita fu però effimera, spegnendosi bruscamente nel 2017 per decisione dell’allora proprietario, Twitter.

Oggi, però, quell’eredità sta tornando dal passato digitale con un nuovo nome e una missione ben precisa: ecco Divine.

Vine riemerge dal passato in una veste tutta nuova

Sebbene ospiti oltre 100.000 ore di contenuti archiviati dalla piattaforma originale, Divine si propone anche come un nuovo spazio dove i creator possono tornare a pubblicare contenuti in formato breve.

È fondamentale chiarire che Divine non ha alcuna affiliazione ufficiale con il Vine originale, né con Twitter (ora X). Il progetto è però sostenuto finanziariamente dall’organizzazione no-profit del fondatore di Twitter, Jack Dorsey, chiamata “and Other Stuff“. A capo dello sviluppo c’è Evan Henshaw-Plath (noto anche come Rabble), membro della stessa organizzazione ed ex dipendente di Twitter.

L’ispirazione per Divine affonda le radici nel podcast “Revolution.Social“, condotto dallo stesso Henshaw-Plath. Durante la trasmissione, ospiti di calibro come l’ex dirigente tecnologico Yoel Roth e la giornalista tech Taylor Lorenz hanno espresso nostalgia per la cultura unica e l’autenticità che caratterizzavano Vine, un’autenticità che sembra perduta nell’era attuale.

Questo ha spinto Henshaw-Plath a costruire Divine su Nostr, un protocollo di social networking decentralizzato fortemente sostenuto da Dorsey. La scelta non è casuale. In una dichiarazione a TechCruch, Dorsey ha spiegato:

La ragione per cui ho finanziato la no-profit ‘and Other Stuff’ è permettere a ingegneri creativi come Rabble di mostrare cosa è possibile in questo nuovo mondo, utilizzando protocolli permissionless (senza permessi) che non possono essere chiusi per il capriccio di un proprietario aziendale“.

I video di Vine preservati su Divine provengono da un massiccio backup effettuato nel 2016 dal collettivo ArchiveTeam. Henshaw-Plath ha quindi ricostruito tali contenuti, includendo parti delle informazioni associate come il numero di visualizzazioni e alcuni commenti, per restituire “la proprietà ai creator” e onorare quelli che Divine definisce “artefatti culturali“.

Una piattaforma dedicata alla creatività umana

Il vero elemento di rottura di Divine non è la nostalgia, ma la sua netta presa di posizione contro l’intelligenza artificiale generativa.

L’ecosistema dei social media è stato recentemente stravolto da strumenti come Sora di OpenAI, capaci di generare video ultra-realistici da semplici input testuali. Divine vede in questo una minaccia all’autenticità e promette che sulla sua piattaforma non ci sarà spazio per contenuti simili.

Per garantire ciò, Divine utilizza una tecnologia chiamata ProofMode. Questo sistema è progettato per verificare crittograficamente che i video caricati sulla piattaforma siano stati catturati da fotocamere reali e non siano, invece, il prodotto di un algoritmo di intelligenza artificiale.

In una dichiarazione ufficiale, la piattaforma chiarisce la sua filosofia:

Non siamo contro l’esistenza dell’IA, siamo contro l’IA che finge di essere umana. Stiamo creando uno spazio dove la creatività umana è celebrata e protetta, dove puoi fidarti che ciò che stai guardando è stato realizzato da una persona reale con una fotocamera reale, non generato da un algoritmo“.

Resta da vedere se i creator e i consumatori di contenuti brevi, ormai abituati alla velocità e agli algoritmi di TikTok, accetteranno questo ritorno alle origini del mezzo.

Divine scommette su un bisogno crescente di autenticità, sperando di ritagliarsi uno spazio significativo in un mercato dominato da giganti che sembrano muoversi nella direzione opposta.