Lo scontro tra le grandi piattaforme tecnologiche e i regolatori si arricchisce di un nuovo capitolo, questa volta in Italia e sul terreno cruciale delle infrastrutture.
Meta ha ufficialmente presentato ricorso al Tar del Lazio contro una delibera dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AgCom).
Al centro del contendere c’è la decisione, approvata la scorsa estate, di equiparare le Content Delivery Network (CDN) alle reti di telecomunicazione, imponendo loro obblighi di autorizzazione e nuovi stringenti vincoli operativi.
Meta (e non solo) vs AgCom: che succede?

La mossa di AgCom, contenuta in un’interpretazione del Codice delle comunicazioni elettroniche, estende di fatto il regime di autorizzazione generale a queste infrastrutture vitali per la distribuzione dei contenuti digitali. Le CDN, composte da cache, server e nodi di distribuzione ospitati all’interno delle reti degli operatori, sono diventate essenziali per garantire la qualità di streaming, gaming e caricamento dei siti web.
L’Autorità difende la sua scelta come necessaria per “garantire trasparenza e parità di condizioni” in un settore strategico che gestisce volumi di traffico in costante e massiccia crescita. L’intervento segue una consultazione pubblica ed è influenzato da precedenti interventi, come il caso dei disservizi di DAZN durante la trasmissione delle partite di Serie A, che spinse AgCom a intervenire a tutela degli utenti, esigendo maggiore controllo sulla filiera della distribuzione.
La reazione di Meta è durissima. Secondo il colosso di Menlo Park, la norma “viola le direttive europee e italiane e rischia di compromettere innovazione e investimenti nell’ecosistema digitale“. Il timore, esplicitato nel ricorso, è che l’imposizione di un regime autorizzativo così gravoso renda più complessa e costosa la presenza di server e infrastrutture CDN sul territorio italiano.
“Se applicata,” avverte Meta, “la decisione spingerebbe i provider ad appoggiarsi a infrastrutture estere, con peggiori prestazioni e un’esperienza inferiore per gli utenti italiani“, con impatti diretti sulla qualità dello streaming e sui tempi di caricamento.
Meta non è sola
Il suo ricorso si aggiunge a quelli già depositati da altri giganti del digitale come Netflix, Amazon Web Services (AWS) e Cloudflare. Il fronte delle big tech è compatto nel contestare l’impostazione di AgCom, definendola un “fair share mascherato“.
L’accusa è che si tratti di un tentativo di reintrodurre dalla finestra un contributo obbligatorio sull’utilizzo delle reti (la cosiddetta network usage fee), un modello già respinto a livello comunitario.
Le piattaforme denunciano inoltre la “vaghezza” del testo, che non definirebbe con precisione cosa sia una CDN, chi ne sia il fornitore e quali attività siano incluse. Questo, avvertono, crea un “precedente pericoloso” che rischia di isolare l’Italia, frammentando il mercato unico digitale. Nessun altro regolatore europeo, sottolineano, tratta oggi le CDN come reti di telecomunicazioni, mentre Bruxelles lavora al Digital Networks Act, il cui varo potrebbe slittare al 2026.
Sul fronte opposto, alcuni operatori di telecomunicazioni hanno accolto positivamente la decisione di AgCom. La loro posizione è che la crescita esponenziale del traffico generato dalle piattaforme Over-The-Top (Ott) renda necessarie regole più chiare e un riequilibrio delle condizioni di interconnessione.
Il prossimo passo spetterà ora al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che dovrà emanare un regolamento per definire nel dettaglio cosa si intenda per CDN e quali regole applicare.








