Crediti: FPT
Il vocabolario economico globale si è recentemente arricchito di un neologismo che minaccia di pesare gravemente sulle tasche dei consumatori: dopo l’inflazione e la “shrinkflation“, il mondo si trova ora a dover fare i conti con quella che viene definita “chipflation“.
I prezzi dei chip di memoria stanno raggiungendo livelli record e, complice una capacità produttiva limitata, la realizzazione di componenti avanzati è diventata un’operazione sempre più costosa.
Questa ondata di rincari è destinata a riversarsi inevitabilmente sui dispositivi finali, non risparmiando nemmeno i giganti del settore. Tra questi figura Apple, che si trova ora in una posizione scomoda: dover gestire un aumento dei costi di produzione imposto, ironia della sorte, dal suo storico rivale e partner, Samsung.
Per anni, Samsung è stata uno dei principali fornitori di memorie RAM LPDDR per gli iPhone, affiancata da SK Hynix. Tuttavia, recenti rapporti provenienti dalla Corea del Sud delineano uno scenario preoccupante per la mela morsicata: Samsung avrebbe aumentato il prezzo dei chip LPDDR destinati ad Apple nel primo trimestre del 2025.
L’incremento è drastico, con stime che parlano di un rialzo fino all’80% rispetto al trimestre precedente.
Sebbene la cifra appaia esorbitante, la situazione di mercato è talmente tesa che la mossa di Samsung risulta persino moderata se confrontata con quella di SK Hynix, la quale avrebbe imposto rincari che toccano addirittura il 100%.
È interessante notare come questa tempesta perfetta non risparmi nessuno. Persino la divisione mobile di Samsung Electronics, che produce gli smartphone Galaxy, non è immune al problema, dovendo acquistare le memorie dalla sua stessa divisione produttiva a prezzi di mercato.
Storicamente, Apple ha sempre goduto di una posizione di forza eccezionale al tavolo delle trattative. Grazie alla sua enorme scala di produzione e ai volumi di vendita garantiti, l’azienda di Tim Cook è sempre riuscita a strappare accordi estremamente vantaggiosi per la fornitura di chip LPDDR, bloccando i prezzi per lunghi periodi.
Tuttavia, la “chipflation” ha sgretolato questa certezza. La leva della quantità non è più sufficiente a proteggere Cupertino dai costi record delle materie prime e della lavorazione.
La volatilità del mercato attuale ha modificato radicalmente le strategie dei fornitori. Le aziende produttrici di memorie non sono più disposte a sottoscrivere contratti a lungo termine che rischierebbero di diventare antieconomici nel giro di pochi mesi.
Si ritiene infatti che sia Samsung che SK Hynix abbiano accettato di firmare accordi validi solamente fino alla prima metà del 2026. Questo significa che Apple ha perso il suo scudo protettivo temporale: l’azienda ha pochissimo margine di manovra per negoziare e rimane in balia delle forze di mercato per il prossimo futuro.
Le ripercussioni di queste dinamiche industriali si faranno sentire con forza nella seconda metà dell’anno, il periodo cruciale in cui Apple prevede di lanciare la linea iPhone 18 e, potenzialmente, il suo primo iPhone Fold.
Se i costi della componentistica interna continueranno a lievitare con questi ritmi, l’azienda si troverà di fronte a un bivio: erodere i propri margini di profitto o, molto più probabilmente, scaricare i costi extra sull’utente finale.
Con i fornitori che rifiutano di bloccare i prezzi oltre il breve termine, ogni singolo iPhone prodotto costerà di più a Cupertino.
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