Signal nel mirino dell’FBI, devi preoccuparti?

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Crediti: Signal

L’applicazione di messaggistica crittografata Signal, da sempre considerata un bastione per la privacy digitale e uno strumento essenziale per attivisti e giornalisti, si trova oggi al centro di una controversa indagine federale negli Stati Uniti.

L’attenzione si è focalizzata sull’app in seguito alle attività di alcuni organizzatori di Minneapolis, impegnati a monitorare gli spostamenti degli agenti dell’ICE.

Questa attività ha scatenato la reazione immediata del direttore dell’FBI, Kash Patel, il quale ha avviato un’inchiesta che sta sollevando pesanti interrogativi tra i costituzionalisti e gli esperti di diritti civili.

L’FBI sta indagando sull’uso di Signal

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Le modalità con cui è stata resa nota questa indagine rappresentano un’anomalia rispetto alle prassi istituzionali consuete. Non vi è stata alcuna conferenza stampa ufficiale presso il Dipartimento di Giustizia; l’annuncio è arrivato direttamente dalla voce di Kash Patel durante una puntata del “The Benny Show“, un podcast condotto dal commentatore di destra Benny Johnson.

Patel ha sostenuto, pur senza fornire prove immediate, che i partecipanti alla chat avrebbero potuto incitare alla violenza, minacciare le forze dell’ordine o violare statuti federali.

La genesi dell’inchiesta è strettamente legata a Cam Higby, un giornalista indipendente che ha dichiarato di essersi infiltrato nel gruppo Signal degli attivisti.

Higby ha pubblicato sulla piattaforma X (ex Twitter) presunti screenshot delle conversazioni, in cui venivano condivise informazioni sulle targhe dei veicoli utilizzati dagli agenti federali.

È stato proprio questo post a innescare l’azione di Patel, il quale ha affermato che la coordinazione di tali gruppi, non solo in Minnesota ma potenzialmente in tutti gli USA, giustificava l’apertura immediata di un fascicolo. L’obiettivo è l’arresto di chiunque abbia infranto la legge, con l’intenzione di utilizzare citazioni in giudizio, gran giurì e raccolta dati.

Lo scontro sui diritti costituzionali

La mossa dell’FBI ha provocato una levata di scudi trasversale, unendo critici di diversi orientamenti politici. Il Cato Institute, noto think tank libertario, ha definito l’operazione un fallimento costituzionale e legale di proporzioni epiche da parte di Patel.

Al centro della disputa vi è la natura stessa dell’attività monitorata: osservare e segnalare le azioni delle forze dell’ordine è, secondo molti giuristi, un’attività protetta dal Primo Emendamento.

Esperti come Kevin Goldberg, vicepresidente del Freedom Forum, hanno analizzato il materiale diffuso da Higby senza riscontrarvi illegalità palesi. Secondo Goldberg, l’organizzazione del gruppo sembrava finalizzata all’osservazione e all’allerta comunitaria, pratiche che non costituiscono intralcio alla giustizia.

Patrick G. Eddington del Cato Institute ha rincarato la dose, sottolineando come decenni di giurisprudenza federale abbiano affermato il diritto dei cittadini di coordinare proteste pacifiche e monitorare le agenzie governative per prevenire abusi, anche utilizzando strumenti di comunicazione criptati.

Nonostante Patel insista sul fatto che l’indagine colpirà solo attività illegali e non la libertà di espressione, il confine appare quanto mai labile.

I limiti della crittografia e la sicurezza degli utenti

Per gli utenti comuni e per gli attivisti, la domanda cruciale riguarda la sicurezza tecnica di Signal. È fondamentale comprendere che, sebbene Signal utilizzi la crittografia end-to-end (il che significa che nemmeno l’azienda può leggere il contenuto dei messaggi mentre viaggiano da un dispositivo all’altro), questa tecnologia non è infallibile contro ogni tipo di minaccia.

Il caso di Minneapolis dimostra che la vulnerabilità principale spesso non è il codice, ma l’elemento umano: l’infiltrazione digitale nel gruppo, come fatto da Higby, rende vana la crittografia poiché i messaggi vengono letti direttamente dallo schermo del destinatario.

Inoltre, sebbene Signal conservi pochissimi dati sugli utenti, l’azienda ha chiarito sul proprio sito web che fornirà i trascritti delle chat qualora legalmente costretta e tecnicamente in grado di farlo, sebbene la natura della loro architettura renda questa possibilità molto remota per i contenuti dei messaggi.

Il vero rischio risiede altrove: l’ICE e altre agenzie federali dispongono di contratti con aziende di forensica digitale come Cellebrite. Queste tecnologie permettono, una volta che le forze dell’ordine entrano in possesso fisico di uno smartphone, di sbloccarlo ed estrarne tutti i dati, inclusi i messaggi di Signal e la cronologia delle posizioni.

Al momento, né Signal né la sua presidente Meredith Whittaker hanno rilasciato commenti ufficiali sulla vicenda, mantenendo un silenzio che pesa quanto le accuse mosse dall’FBI.

Per gli utenti italiani che utilizzano l’app di messaggistica, in questo caso, non dovrebbero esserci pericoli all’orizzonte. Ovviamente è sempre bene ricordate che, sebbene molto sicura, Signal non garantisce l’inaccessibilità assoluta ai propri messaggi o alla propria identità.