iFixit contro i big: “Ecco come vi impediscono di riparare PC e smartphone”

dispositivi elettronici

Il lancio in Europa del programma Eco Rating ha contribuito ad incentivare la sensibilizzazione sulla riparabilità dei prodotti tech. Un fattore che nel mercato tecnologico non viene più preso in considerazione come avveniva un tempo, quando mettere le mani sui gadget in giro per casa era compito meno arduo. Se un tempo la semplice sostituzione della batteria era un qualcosa di scontato, oggi lo è molto meno, non tanto per il costo quanto per la semplicità. Per farlo bisogna necessariamente affidarsi ad un negozio specializzato che sia in grado di aprire lo smartphone o il notebook senza fare danni. In un certo qual senso ci siamo abituati a questo andazzo, vuoi per pigrizia, vuoi perché gli stessi produttori hanno individuato un altro metodo di lucro.

Negli USA cresce la polemica contro l’anti-riparabilità dei dispositivi elettronici

Ma se in Europa qualcosa si sta muovendo, seppur lentamente, negli USA lo stesso Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per incentivare l’aumento della riparabilità. Gli americani vogliono che le aziende migliorino questo aspetto e non poteva certo mancare la voce di iFixit in questa discussione. Da anni, il popolare team di riparazione evidenzia tutte le aziende tech, chi più chi meno, siano restie nel realizzare elettronica di consumo che sia facilmente riparabile. Che si tratti di smartphone, smartwatch o notebook, ci sono determinati marchi che sembrano fare di tutto per impedire che i propri clienti riescano a ripararli.

Ad esporsi in merito è stato Kyle Wiens, CEO di iFixit, che non ha mancato di puntare il dito verso aziende specifiche. In occasione della commissione governativa Productivity Commission tenutasi ieri, non ha risparmiato parole negative nei confronti di compagnie come Samsung. In Germania c’è un’azienda di nome Varta che si occupa di produrre le batterie per molti dei prodotti Samsung. E fin qua non ci sarebbe niente di strano, se non fosse che il tentativo di contattarli per acquistare batterie come parti di ricambio non è andato a buon fine. “No, il nostro contratto con Samsung non ci consente di venderle“, hanno affermato.

Ma Samsung non è la sola ad attuare politiche del genere. Anche Apple, azienda notoriamente molto contraria a far maneggiare internamente i propri dispositivi, non ne è esente. A tal punto da aver incaricato un’azienda californiana del riciclare i pezzi di ricambio: e non parliamo di pezzi usati, ma anche di parti del tutto nuove. In poche parole, Apple pagherebbe per distruggere le componenti avanzate pur di non darle in mano ad utenti o riparatori di terze parti. Una dinamica del genere la ritroviamo nei MacBook Pro, per esempio: al loro interno c’è un chip di ricarica, leggermente modificato dall’originale in modo tale che soltanto questa versione modificata funzioni sui loro notebook.

Per finire, Microsoft è stata accusata di realizzare anch’essa dispositivi al limite dell’irreparabilità. Basti vedere il Surface Laptop, il quale ha ottenuto un punteggio di 0/10 da iFixit proprio per i paletti imposti dal produttore. CPU, RAM e ROM saldate alla scheda madre e quindi irremovibili, scocca impossibile da aprire senza danneggiare il notebook e batteria incollata, porta mini-jack sostituibile solo rimuovendo gran parte della componentistica interna. E potremmo dire lo stesso del Surface Duo, il cui punteggio di 2/10 sottolinea questo trend adottato da Microsoft.

Cosa si può migliorare?

Un’ipotesi che è stata avanzata quando si parla di riparabilità è quello dell’utilizzo della stampa 3D. Ma per quanto suggestiva ed intrigante, lo stesso CEO di iFixit l’ha bollata come inattuabile, in quanto soltanto il 2% delle componenti sarebbero rimpiazzabili. C’è decisamente più spazio, invece, se si parla di elettrodomestici. Fra le idee tirate fuori durante la commissione del governo USA c’è quella di creare un’etichettatura sulla scia di Francia e Australia. In questo modo, i consumatori sarebbero più tutelati nel capire il grado di riparabilità del prodotto che vorrebbero acquistare. Applicata a smartphone, notebook, smart TV ed elettrodomestici, stando ai sondaggi, ha un impatto sugli acquisti dell’86% delle persone, con l’80% che afferma di essere disposta a cambiare marchio in favore di qualcosa di più riparabile.

E questa sembra essere l’idea più papabile. Anche perché il vero termometro per capire come le aziende si muoveranno è sempre e soltanto uno: il denaro. Nel momento in cui ci sarà una coscienza comune ed una preferenza nell’acquisto di dispositivi più riparabili, allora non ci meraviglierà assistere ad un aumento del marketing in questa direzione. In realtà, nel 2017 Samsung aveva già lanciato il programma Galaxy Upcycling, il cui traguardo iniziale era quello di riciclare i vecchi dispositivi Galaxy in salsa open source. Ciò avrebbe permesso ai vecchi smartphone di essere riutilizzati come controller per la casa domotica, smart display per gli acquari e tante altre idee. Ma è proprio iFixit ad accusare Samsung di aver accantonato questa iniziativa: secondo quanto affermato, “non era entusiasta di un progetto che non aveva un chiaro legame con il prodotto o un piano di entrate“.

In realtà il piano Galaxy Upcycling è stato portato avanti, come dimostrano le ultime notizie ufficiali di qualche mese fa. Tuttavia, iFixit fa presente come sia venuta a mancare la componente open source che avrebbe potuto aprire le porte ad un riciclaggio più ampio. Senza contare che viene schernita l’idea che c’è sul sito Samsung, dove viene proposto di riciclare un Galaxy S9 come sensore per le luci ambientali. Una mansione che può benissimo essere compiuta da sensori da pochi centesimi di euro.

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