Il recente via libera del Consiglio dei Ministri al decreto-legge Pnrr segna un momento importante per il settore delle telecomunicazioni in Italia, introducendo normative stringenti mirate alla tutela del consumatore.
Al centro del provvedimento vi è l’articolo 13, rubricato come “Misure urgenti di semplificazione in materia di comunicazioni elettroniche“, che impone un drastico cambio di rotta nelle pratiche commerciali dei service provider.
L’obiettivo primario è la trasparenza: d’ora in avanti, operatori come Tim, Vodafone o Fastweb non potranno più essere vaghi sulle specifiche della connessione offerta.
Saranno infatti tenuti per legge a fornire dettagli inequivocabili sulla tecnologia di rete disponibile presso l’indirizzo dell’utente, basandosi obbligatoriamente sulla banca dati di mappatura geografica gestita dall’Agcom.
Operatori obbligati a usare la “vera Fibra”, cosa può andare storto?

Questa mossa legislativa nasce per contrastare una pratica diffusa che ha spesso penalizzato l’utente finale. In passato, e in diverse aree geografiche, si è assistito a strategie commerciali in cui gli operatori, per logiche di risparmio sui costi di attivazione, proponevano contratti basati su tecnologie miste rame-fibra (FTTC, Fiber to the Cabinet), anche laddove fosse tecnicamente possibile sfruttare la pura fibra ottica (FTTH, Fiber to the Home).
Il divario prestazionale tra le due soluzioni è netto: mentre il rame fatica a superare i 100-200 Mbps, la fibra pura viaggia su standard che vanno da 1 Gbps fino a 10 Gbps.
Con la nuova norma, i provider sono teoricamente costretti a proporre la soluzione “premium” qualora questa sia presente nell’infrastruttura, eliminando l’asimmetria informativa che spesso lasciava il cliente ignaro delle reali potenzialità della propria linea.
Nonostante le intenzioni lodevoli del decreto, che dovrà comunque passare il vaglio della conversione parlamentare, l’applicazione pratica presenta ostacoli strutturali che invitano alla cautela.
Il nodo irrisolto dell’ultimo miglio
La questione centrale risiede nella discrepanza tra la copertura teorica e l’effettiva connettività abitativa. La Broadband Map dell’Agcom, strumento di riferimento per la verifica della copertura, indica la presenza della fibra al numero civico, ma non certifica che il cablaggio abbia raggiunto le singole unità immobiliari.
Esiste dunque una profonda differenza tra la copertura infrastrutturale, ovvero la presenza dei cavi in strada, e la penetrazione del servizio, che si realizza solo quando il collegamento entra fisicamente nell’appartamento.
Questo vuoto tecnico deriva dall’architettura stessa del mercato italiano, diviso tra operatori all’ingrosso come FiberCop e Open Fiber, proprietari della rete fisica, e le compagnie commerciali che gestiscono il rapporto con l’utente finale e si fanno carico dei costi di allacciamento.
Spesso, un utente risulta coperto sulla carta, ma fisicamente scollegato perché manca la cosiddetta tratta verticale o l’ultimo tratto di collegamento.
Bisognerà quindi verificare se l’obbligo di attivare il servizio migliore spingerà gli operatori a investire concretamente per colmare questa distanza fisica o se si limiteranno a certificare la disponibilità teorica della rete.
I dati più recenti diffusi dall’Agcom nel gennaio 2026 mostrano una copertura fibra che ha toccato il 77,6%, un balzo notevole rispetto al 70,7% dell’anno precedente, segnalando che l’Italia è ormai prossima alla saturazione infrastrutturale, con l’esclusione delle sole aree estremamente remote.
Tuttavia, la vera sfida dei prossimi mesi non sarà più tanto posare cavi nelle strade, quanto trovare il modo di portare quel segnale dentro le case degli italiani, trasformando la disponibilità tecnica in abbonamenti reali e performanti.








